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Sudditi

14 luglio 2017 da Emilio Conti

Sperando che Massimo Fini non mi quereli per aver usato per il titolo del post quello di un suo libro, scrivo queste note per dimostrare, ancora una volta, come il nostro Stato (qui inteso come l’insieme degli enti pubblici territoriali) escogiti procedure per metterlo, mi scuso per il francesismo, in quel posto al cittadino.

Ebbene, finalmente anche il sottoscritto è stato beccato, prima volta in vita sua, da un velox e multato di conseguenza. Veramente non di velox si tratta ma di “tutor”: quello di Torrevecchia Pia  (pare già oggetto di scatenamento da parte di un’associazione dei consumatori, almeno a mia conoscenza).  Riporto parte del verbale: “(…) L’infrazione è stata commessa nel Comune di Torrevecchia Pia in data 01/04/2017 alle ore 15:59:31.418 nel tratto avente lunghezza 1,422 km che è stato percorso in un tempo di 65,652 secondi (pari a 0,01823667 ore)1 e che termina (…). Il veicolo indicato percorreva il tratto di strada sottoposta al limite massimo di 70 km/h procedendo ad una velocità media di 77 km/h; al predetto valore, risultante dalle prove fotografiche, viene detratta la tolleranza a favore del trasgressore del 5% con un minimo di 5 km/h. Il valore risultante di 72 km/h supera il limite massimo consentito di 2 km/h.

La prima cosa che salta all’occhio, almeno per me, è che i tempi riportano anche i millesimi di secondo, come se si trattasse di una corsa in cui, per determinare il vincitore siano necessari anche i millesimi di secondo: un’assurdità! Secondariamente e, sempre per me stranamente, lo sforamento del limite di velocità e di 2 km/h, come nel caso delle due multe di mia figlia e quella del figlio di un mio amico in quel caso rilevate a Belgioioso (sarebbe interessante sapere se la ditta del tutor è la stessa del velox di Belgioioso).

Ma la vera presa per i fondelli viene dopo. Nel mio caso l’ammenda ammonta a 41,00 euro più 18 euro di spese procedurali2 (alla facciazza) per un totale di 59,00 euro. Il verbale mi segnala che ho 60 giorni di tempo per pagare l’ammenda e che lo posso fare anche con bonifico bancario: e uno dice “Però finalmente si sono adeguati ai tempi moderni”. Ma c’è il trucco. Proseguendo si legge “Ai sensi dell’art. 20 del D.L.vo 69/2013 è ammesso il pagamento in misura ulteriormente ridotta del 30% della sola sanzione3 pari a (…) entro 5 giorni dalla notifica.

Due trappole in una sola frase: 1 i cinque giorni quali sono? Non viene specificato. Perché? Perché la maggior parte delle persone normali, trattandosi di pagamenti consentiti pure con bonifico bancario, pensa a giorni lavorativi. Errore, sono giorni di calendario il che vuol dire che bisogna stare molto attenti alle domeniche e, più pericoloso ancora, alle feste infrasettimanali. E se si sbaglia sono guai. 2 i cinque giorni iniziano dalla data di notifica!

E qui che viene la parte migliore! Martedì 11 luglio sono dovuto tornare dalla montagna per alcune commissioni e trovo l’avviso di giacenza, datato 1 luglio, presso il locale ufficio postale di una raccomandata A.R. che vado immediatamente a ritirare. Si tratta, come avrete ben capito, della contravvenzione di cui sto parlando. Ovviamente l’ufficio postale mi rilascia la distinta di consegna con data e ora del ritiro. La domanda che immediatamente mi pongo è: ma per data di notifica si intende quando viene ritirata la missiva oppure quando il postino ha lasciato l’avviso di giacenza? Chiedo a chi di dovere e la risposta è raggelante: per data di notifica si intende quella in cui il postino ha lasciato l’avviso.

Ora, sarà un caso che queste raccomandate arrivino nel periodo estivo (pure le due di mia figlia) quando molte persone sono in ferie così da non permettere di pagare con lo sconto del 30%? E chi è via per lavoro o è ricoverato in ospedale e non ha nessuno che gli controlli la posta? Tutto studiato ad arte!

Pensate sia finita? Col cavolo. Appurato che ormai non posso più usufruire dello sconto mi accorgo che l’infrazione è stata commessa il primo aprile, dal momento che per essere valida la notifica deve essere recapitata entro 90 giorni (sempre di calendario) dall’infrazione, mi metto a contare (si deve escludere dal conteggio  il giorno in cui l’infrazione è avvenuta): 29 giorni di aprile, 31 di maggio e 30 di giugno totale 90 giorni, quindi il 1 luglio risulta essere il 91° e quindi la contravvenzione si può non pagare facendo ricorso al Prefetto o Giudice di Pace. Ma se si ricorre al Giudice di Pace occorre pagare anticipatamente il c.d. “contributo unificato” che ammonta a 43,00 euro! Ne vale la pena per ammende basse? Ovvio che no. Mentre se ci si rivolge al Prefetto e quello vi dà torto vi raddoppia pure, minimo, l’ammenda.

Perché invece non prevedere di andare direttamente presso l’ufficio della Polizia locale dimostrare quanto dovuto e, se si ha ragione, farsi cancellare multa e verbale? Perché sarebbe troppo semplice, da paese civile che tutela i diritti dei propri CITTADINI. Invece nella bella Italia lo scopo è di farti pagare rendendoti antieconomico qualsiasi ricorso.

Ricapitolando:

  • i cinque giorni sono di calendario, se ti confondi sono cavoli;
  • la data cui partono i 5 giorni è quella della notifica, se non sei a casa sono cavoli tuoi;
  • i ricorsi per piccoli importi vengono ostacolati.

Benvenuti nella patria del diritto.

 

  1. E chi se ne frega? []
  2. Le spese procedurali sono “giustamente determinate” dalla Giunta comunale, la quale un domani potrebbe anche “determinare giustamente” le stesse per importi ben maggiori in dipendenza dalle finanze del Comune []
  3. E quindi NON delle spese procedurali []

Ridateci i Borboni

13 aprile 2017 da Emilio Conti

L’Italia, la sedicente Repubblica fondata sul (non) lavoro, sarebbe anche uno stato di diritto cioè a dire “democratico”. Ma siamo proprio sicuri? Leggete quanto mi sta capitando.

Il 22 novembre 2010 trovo un avviso per il ritiro di una raccomandata che effettuo quattro giorni dopo, il 26 novembre 2010. La raccomandata è stata spedita dall’Agenzia delle Entrate che mi richiede il pagamento di 538,35 (cinquecentotrentotto/35) euro inerenti al TFR (vedi qui) con allegato bello e pronto il relativo modulo di pagamento (F24). Stupito, anche per la tempistica dell’invio, siamo sotto Natale, mi chiedo di cosa possa trattarsi dal momento che l’istituto di credito presso cui avevo lavorato era di una precisione, per ciò che concerne le tasse, svizzera.

Per fugare il dubbio mi reco presso gli uffici di Corteolona, tra i cui dipendenti c’erano alcuni clienti della mia banca, per avere delucidazioni. L’incaricato, che conoscevo, mi spiega nel dettaglio il motivo del pagamento e, andando a verificare la mia posizione contributiva, mi dà una bella notizia: risulta che ho un credito da riscuotere di 726,73 (settecentoventisei/73) euro non comprensivi degli interessi, inerenti ai redditi del 2006. E già qui uno potrebbe chiedersi: ma se mi devi 700 euro e io te ne devo dare 500 dammene 200 e siamo a posto. Troppo facile, e poi scoprirete il perché. Ad ogni modo esco dagli uffici pure contento sia per la spiegazione che per l’inaspettata notizia. Il 20 dicembre eseguo il pagamento dei 538,35 euro (vedi ricevuta).

L’anno successivo, il 2011, passa senza che nessun rimborso mi venga assegnato. Nella primavera dell’anno dopo, 2012, mi reco di nuovo presso gli uffici di Corteolona per informarmi di che fine abbiano fatto i miei soldi. Il solito impiegato richiede la mia posizione contributiva e mi conferma il credito. Chiedo allora il motivo per cui quell’importo non mi era stato ancora liquidato e con stupore scopro che quel credito non è a rimborso automatico, ma occorre fare domanda. Scoprendo dunque che per il fisco italiano esistono due regimi per i rimborsi, mi faccio dare il modulo per la richiesta di rimborso che consegno il 26 settembre di quell’anno. Al momento della consegna della domanda l’impiegata che la deve protocollare (vedi domanda e ricevuta di protocollo) richiede sempre la mia posizione contributiva e, stupore, salta fuori che ho un altro credito di imposta di 612,75 (seicentododici/75) euro inerenti ai redditi del 2008! Chiedo subito il modulo per la richiesta di rimborso anche di questi, ma l’impiegata mi informa che per questi è probabile il rimborso automatico e di aspettare.

Faccio passare tutto il 2013 e, non solo non vedo un euro del secondo rimborso, ma neanche di quello del primo. Quindi il 25 novembre del 2014 presento domanda di rimborso anche per per i 600 e rotti euro (vedi qui). Passa il 2015 e nulla succede. Passa il 2016 e ancora niente. All’inizio di quest’anno faccio, tramite il sito dell’Agenzia delle Entrate www.agenziaentrate.gov.it, un interrogazione della mia posizione contributiva per controllare se i rimborsi sono in liquidazione, ma scopro che entrambi non lo sono ancora (vedi qui).

“Leggermente alterato”, visti gli anni trascorsi senza che sia riuscito a cavare un ragno dal buco, mi reco immediatamente presso gli uffici dell’Agenzia delle Entrate di Stradella (dal primo gennaio 2017 gli uffici di Corteolona sono stati chiusi). Non trovo molte persone e, dopo pochi minuti di attesa, vado allo sportello e chiedo il motivo del mancato rimborso. L’impiegata mi risponde che i miei crediti risultano bloccati e alla mia richiesta di conoscerne il motivo, dopo una breve telefonata, mi indirizza ad un ufficio interno. Mi presento e scopro che l’incaricata è la stessa signora che ha seguito tutto il mio iter a Corteolona la quale, piuttosto imbarazzata, mi spiega che il blocco è dovuto proprio al fatto del trasferimento delle pratiche da Corteolona a Stradella. Mi promette che terrà in evidenza la mia pratica che sottoporrà al più presto al direttore. Mi chiarisce, però, che per i rimborsi tutto dipenderà dal budget disponibile! Mi assicura, ad ogni modo, che farà il possibile affinché i rimborsi  avvengano alla scadenza di giugno oppure a settembre di quest’anno. Quindi, ancora nessuna certezza.

Questa vicenda mette in evidenza, ed è questo il motivo per cui ho deciso di pubblicare questa storia, tre fatti per me gravissimi. Innanzitutto, cosa sarebbe successo dei miei crediti se non avessi ricevuto la richiesta di pagamento e non avessi approfondito il motivo di quel pagamento? Da ciò consegue un’altra domanda: quante altre persone potrebbero trovarsi nella mia stessa situazione ma essere completamente all’oscuro di vantare crediti con l’erario? Secondariamente quanti, dei non addetti ai lavori, sono a conoscenza dei due regimi di rimborso: automatico e su richiesta? E infine, com’è possibile sentirsi rispondere che ti rimborseranno i tuoi soldi se il loro budget lo permetterà? Quando un cittadino deve pagare ha soltanto trenta giorni per opporre un eventuale reclamo, ma poi non ci sono santi che tengano, deve pagare e non può obiettare “Scusate, vedo se il mio budget me lo permette, altrimenti ti pagherò l’anno prossimo o l’altro ancora o più avanti, magari tra dieci anni”. Stiamo scherzando?

Ma in che Stato siamo ridotti? Vi sembra possibile che nell’anno del signore 2017 si possano verificare situazioni simili? Stiamo parlando di redditi del 2006 (UNDICI ANNI FA) e del 2008 (NOVE ANNI FA)!

No al canone Tv nella bolletta elettrica

27 ottobre 2015 da Emilio Conti

In questi giorni fervono commenti e opinioni, sia sui giornali che nei social network, in merito all’intenzione del governo di inserire il pagamento del canone televisivo nelle bollette dell’energia elettrica. Il motivo sarebbe l’ingente evasione del suddetto canone. Sul fatto che la tassa televisiva venga alternativamente chiamata “abbonamento”, “canone” e/o “tassa di possesso” vi rimando al mio post Abbonamento, canone o tassa di possesso? in cui evidenzio che tali termini servono a dire tutto e il contrario di tutto.

Gli schieramenti, come al solito, si dividono tra chi è favorevole e chi è contrario. Io appartengo al secondo gruppo e spiego il perché.

Ormai il segnale televisivo è digitale, se il problema è l’evasione del canone basterebbe semplicemente criptare il segnale dei canali RAI per cui chi li volesse vedere ancora dovrebbe semplicemente acquistare una tessera da inserire nel decoder a un prezzo pari all’attuale canone (euro 113,50) e della durata di dodici mesi (più uno). Tecnicamente, quindi, il problema verrebbe risolto in maniera molto semplice. Troppo semplice, perché la questione non è tecnica, ma politica.

Se si adottasse la soluzione appena descritta ci si potrebbe trovare di fronte al fatto che molti eviterebbero di acquistare la “tessera RAI” accontentandosi di vedere i canali in chiaro delle TV commerciali. Il risultato sarebbe che si eviterebbe sì l’evasione, ma con il rischio di perdere delle entrate notevoli che addirittura potrebbero essere anche maggiori dell’attuale evasione. Soluzione quindi impraticabile? Mica tanto.

Per evitare questo scenario la soluzione è quella di rendere appetibile l’acquisto della “tessera RAI” proponendo programmi che attirino l’attenzione dei cittadini. E questo significa attuare una vera concorrenza ai canali commerciali che comporta, tra l’altro, un notevole ridimensionamento dell’elefante RAI e la valorizzazione di personale veramente qualificato e non con tessere di partiti vari.

Ed è qui che, come si dice, casca l’asino: pensare che una classe politica, la più incapace e corrotta d’Europa, rinunci a comandare in RAI è un sogno ad occhi aperti. In quale stato trovi programmi che danno voce alle più idiote scemenze dell’ultimo, ma più spesso del primo, politico?

Concludendo: la soluzione tecnica c’è, ma, come al solito, si preferiscono soluzioni populiste e che violano i diritti, non dico del cittadino ma del consumatore.

Uno stato taglieggiatore?

4 aprile 2015 da Emilio Conti

Questa proprio non la sapevo. Il che conferma il detto che “c’è sempre da imparare”. Qualche tempo fa, suscitando il solito clamore, Beppe Grillo aveva paragonato il sistema fiscale italiano al pizzo mafioso, sostenendo, tanto per calcare ancor più la mano, che quello mafioso era meglio perché il taglieggiato riceve la protezione della mafia stessa che lo lascia vivere, finché paga, tranquillo e lo protegge pure. A differenza del nostro stato che, oltre a taglieggiare i propri cittadini (non tutti in verità), dopo li tortura in altri mille modi. Provocazione a parte, quello di cui sono venuto a conoscenza due giorni fa sembrerebbe dare ragione all’ex comico. Leggete e giudicate voi.

E’ noto che questo è il periodo della dichiarazione dei redditi. E, come tutti gli anni, due giorni fa avevo l’appuntamento presso il CAF del mio sindacato per la presentazione della documentazione per la redazione di tale dichiarazione. Arrivo con qualche minuto di anticipo e aspetto il mio turno in sala d’attesa e mentre sto aspettando sento delle voci con un volume un po’ più alto del normale: sembra una discussione che di lì a poco finisce. Passano alcuni minuti, la porta si apre ed esce un collega che non vedevo da sette anni. “Ciao, come stai? È una vita che non ci vediamo! Tutto bene?” I soliti convenevoli, insomma, fino a quando non mi scappa “Qui anche tu per recuperare un po’ di tasse!”. Al che quello sbotta “Questo è uno stato di m…., (sguardi smarriti delle impiegate) dopo una vita che hai lavorato ti ruba i soldi dalle tasche, altro che recupero!” Parte come un fiume in piena …

“Tu sai che mia moglie ha avuto una serie di problemi di salute, niente di particolarmente grave, ma che richiedevano continui esami di controllo. Inoltre, per questo motivo, ma non solo, ha lavorato saltuariamente per un numero di anni, comunque, che le hanno permesso di maturare una pensione minima. E’ andata in pensione alla fine del 2013 a oltre 65 anni, ed ero qui per fare la dichiarazione congiunta. E cosa scopro? Che tutti i ticket sanitari, nonché le ricevute delle medicine acquistate intestate a suo nome non le posso scaricare perché la sua pensione è talmente bassa che non paga IRPEF per cui non può detrarre niente! Pensavo che facendo la dichiarazione congiunta anche l’IRPEF sarebbe stata congiunta. E invece un c…o! E’ sì congiunta, ma è come se fossero due distinte. Anzi la dichiarazione congiunta manco la posso fare. E’ inutile! Mi è stato consigliato di farmi intestare le fatture mediche a mio nome, ma questo lo posso fare con un medico privato, non con il servizio sanitario! E tu pensa che fino a due anni fa la moglie era a mio carico e potevo detrarre tutto. Adesso che non è più a carico non posso detrarre più niente!” Gli scappa una parolaccia. Azzardo “Ma se tua moglie ha più di 65 anni non può chiedere all’ASL l’esenzione dai ticket proprio per il reddito basso?”. Diventa una furia: “Col c…o! Se vuoi l’esenzione non si deve superare un certo reddito, MA NON PER SINGOLA PERSONA, MA COME NUCLEO FAMIGLIARE! Quindi niente esenzione proprio per il mio di reddito! Vadano a fare in c..o!”

Avete capito il nocciolo della questione? Per il fisco siete persone distinte, per il servizio sanitario no! Per la sanità i redditi si cumulano! Non c’è qualcosa di incostituzionale in tutto questo? Per non parlare di equità! Come si possono usare due pesi e due misure? Semplice, perché lo scopo è quello di arraffare il più possibile e sempre dalle tasche dei soliti noti. Volete un’altra conferma? Da quest’anno le tasse a favore del Servizio (?) Sanitario (?) Nazionale (???) che si pagano nelle polizze assicurative automobilistiche NON si possono più recuperare!

E dopo queste belle notizie, vi auguro una buona Pasqua! 🙁

Pensioni: secondo round

22 marzo 2015 da Emilio Conti

Vi ricordate cosa avevo scritto poco tempo fa?1  Ebbene provate a leggere questo articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/20/previdenza-boeri-entro-lestate-proposta-organica-riforma/1525166/

Fare previsioni in Italia? Più facile che bersi una birra!

  1. Vedi il post Il massacro prossimo venturo []

Il massacro prossimo venturo

11 febbraio 2015 da Emilio Conti

Questo post non sarà, per forza di cose, breve perché l’argomento che affronterò è piuttosto complesso. Cercherò di esporlo per punti cercando di essere il più conciso possibile.

1Un pericolosissimo precedente – La notizia ha fatto più scalpore per la reazione di Salvini che per la sua sostanza. Sto parlando della bocciatura del referendum sulla legge c.d. Fornero da parte della Corte Costituzionale. Legge che, lo ricordiamo, modificava l’età pensionabile sia per gli uomini che per le donne (e di molto per queste ultime); estendeva a tutti il sistema contributivo; aboliva le pensioni di anzianità. Sebbene le motivazioni non siano state ancora pubblicate, secondo alcuni esperti la bocciatura deriverebbe dal fatto che l’articolo 75 della Costituzione “stabilisce non poter essere sottoposte a referendum le leggi di bilancio”. Inoltre ci sarebbe anche una precedente sentenza, la 2/94, che anche allora respinse un analogo referendum sulla riforma Amato con l’esplicita motivazione che “le riforme pensionistiche rientrano nelle leggi di bilancio”. Ma il punto sta proprio qui: è lecito considerare una riforma del sistema previdenziale come legge di bilancio? Ricordo, inoltre, che anche il sindacato CGIL si era dichiarato favorevole al referendum. L’importanza di questo fatto sarà chiara più avanti.

2Il nuovo presidente dell’INPS – Come è noto, la notizia è proprio di oggi, il prof. Tito Boeri, professore di economia all’università Bocconi, è stato confermato nuovo presidente dell’INPS. Quando la proposta è stata avanzata, un coro di voci entusiaste si è alzata da tutti gli schieramenti politici, M5S compreso, e da tutta la stampa. Questa è stata una mossa geniale da parte del premier Renzi per due motivi: a) Boeri era considerato un anti-renziano e così facendo Renzi può vantarsi di dire “Avete visto? Non sono un tirannello come alcuni mi descrivono se propongo un personaggio che è sempre stato critico nei miei confronti”e b) il prof. Boeri è stato il fondatore del blog lavoce.info dal quale ha in continuazione proposto che, per ragioni di equità (sic), il sistema contributivo andrebbe applicato anche ai cittadini che sono già in pensione. In questo modo il Renzi cattura, come si suol dire, due piccioni con una fava: accreditarsi come leader “democratico” (promuove perfino un suo oppositore) e far fare un’altra riforma pensionistica (l’ennesima) che costerà lacrime e sangue ai cittadini trincerandosi dietro all’esperto: “L’ha proposta lui e chi sono io per dubitare di un economista?”

3Un sistema sperequato – Che il nostro sistema pensionistico contempli delle situazioni agli antipodi è cosa nota: da una parte pensioni che raggiungono cifre assurde per magnanimità e dall’altra pensioni minime di importi ridicoli. Sembrerebbe quindi di buon senso diminuire le pensioni alte e altissime ed aumentare quelle minime. Chi può dirsi in disaccordo? Il problema è un altro: il metodo che si vuol scegliere, sistema contributivo applicato anche a chi è già andato in pensione con il sistema retributivo, è quello più adatto per raggiungere lo scopo di una maggiore equità?

4Un unico scopo: far cassa –  A prima vista il sistema che si sta delineando sembrerebbe corretto: quanti contributi può aver versato una persona per percepire una pensione da 10.000 euro mensili, o più alta? E’ ovvio, dicono, che tali pensioni siano frutto del sistema retributivo: nessuno può aver accantonato tanti contributi da giustificare una simile pensione. La conclusione conseguente è che quel sistema non è più tollerabile. Attenzione alle parole: che non sia tollerabile non significa che non sia sostenibile. Il fatto è, però, che se si applica a tutte le pensioni il metodo contributivo, non si vanno a colpire solamente quelle più alte (e qui sorge la prima domanda: da che importo una pensione può considerarsi alta?) ma, appunto, tutte! E il grosso delle pensioni è rappresentato dalla fascia che va dai 2.000 euro ai 3.000 euro lordi, il che significa pensioni nette da 1.550/1.600 a 2.400 euro, che verrebbero decurtate rispettivamente del 20% fino, in proporzione, al 30%. Non lo dico io, l’ha scritto sul suo blog proprio il prof. Boeri. Ma c’è anche un paradosso. Non potendosi immaginare che tale sistema si applichi solo a pensioni da un certo importo in su (sarebbe incostituzionale), il sistema impatterebbe anche sulle pensioni minime con il rischio di abbassare ulteriormente anche quelle. Allora dove starebbe l’equità? Ho il brutto presentimento che la riforma, credetemi Boeri la presenterà quanto prima e verrà accolta con scene di giubilo dall’attuale governo, servirà, come sempre, d’altronde, per fare cassa.

5Da sperequazione a sperequazione – Se l’attuale sistema è sperequato (pensioni troppo alte da un lato e pensioni troppo basse dall’altro) anche la riforma che si sta delineando andrà a colpire solo ed esclusivamente una, e una soltanto, categoria di pensionati: quelli che hanno svolto un lavoro dipendente. Infatti, in Italia a fianco di un sistema retributivo è sempre esistito un sistema contributivo: il primo riservato ai lavoratori dipendenti1 (se non hai una retribuzione come faccio a calcolarti una pensione in percentuale sulla stessa?) e il secondo che riguardava tutti gli altri lavoratori i c.d. indipendenti2 (che infatti non hanno una retribuzione fissa). Per tutti, però, l’ammontare dei contributi da versare era proporzionale al reddito dichiarato con il bel risultato che la categoria degli indipendenti, potendo evadere, ha finito per versare poco e, di conseguenza, percepire poco. E qui sorge una domanda: non sarà che le pensioni basse riguardano in maggioranza questa categoria di lavoratori? Non è che la manovra in progetto finirà per colpire gli ex lavoratori dipendenti (che han sempre pagato fino all’ultimo centesimo in tasse e contributi) e favorire altri che magari hanno evaso e si meritano la bassa pensione che percepiscono?

6Attuazione della riforma – E’ evidente che per attuare una riforma simile sia necessaria un legge ad hoc e non si possa procedere mediante il c.d. contributo di solidarietà, già tentato e respinto con perdite.

7Chiusura del cerchio – Se l’unica strada percorribile è quella della legge, ne consegue che una volta approvata il solo strumento per farvi fronte rimarrebbe il referendum. E qui si chiude il cerchio: dal momento che la Consulta ha già dichiarato (vedi il punto uno precedente) che le riforme pensionistiche sono a tutti gli effetti “leggi di bilancio” qualsiasi referendum indetto per abolirla vorrebbe inesorabilmente bocciato con il risultato di blindare definitivamente la legge. A meno di non trovare un giudice che si ricordi dei “diritti acquisiti”. Ma in Italia di diritti, acquisiti o meno, al cittadino ne rimangono ben pochi.

8Lavaggio del cervello – Per far accettare una simile riforma è necessario (?) “formare” un’opinione pubblica favorevole. E già ieri sera è incominciato il lavaggio del cervello al cittadino sprovveduto. Durante la trasmissione di Giovanni Floris (Di martedì) su La7 ne ho avuto un esempio. Un’intervista al solito “dotto esperto” che mostrava, tutto compunto, come una pensione di circa 9.500 euro mensili (mi sembra che si parlasse di pensione netta) applicando il sistema contributivo si sarebbe ridotta a 5.200 euro mensili: una riduzione del 45%. Qual’è il messaggio che si vuol fare arrivare al cittadino? “Vedete? Uno non può vivere benissimo anche con 5.200 euro mensili? Non è ancora una più che buona pensione?”. La stessa simulazione, però, si guardano bene dal farla su pensioni da 1.500 -2.000 euro mensili netti, vai poi a spiegargli che i 1.500 diventano 1.200 e i 2.000 diventano 1.500 (20% e 25% in meno). Prova un po’ a farlo e poi vedi cosa succede.

9Conseguenze – E’ ormai opinione consolidata da tutti gli economisti, intellettualmente onesti, che per uscire dalla crisi agire dal lato dell’offerta non dà più nessun risultato e che è necessario, invece, agire sul lato della domanda, vale a dire aumentare il potere d’acquisto dei cittadini. E’ altresì noto che i pensionati hanno rappresentato un solido fattore di welfare nei confronti dei propri figli che con un lavoro precario (o nessun lavoro) non hanno accesso né al credito al consumo né ai mutui. Carenza che è spesso supplita dai genitori pensionati che, possedendo un reddito certo, hanno contratto mutui e prestiti per i figli (o anche per i nipoti). Adesso toglietegli pure un bel 20 o 30 percento di pensione e poi vediamo cosa succede a coloro che si sono indebitati a medio/lungo termine. Andremo ancora incontro ad una tremenda contrazione della domanda aggregata e, oltre agli immaginabili contraccolpi sociali, al un ulteriore peggioramento della crisi.3

10Auguri

  1. Privati e pubblici []
  2. Commercianti, artigiani, imprenditori, liberi professionisti []
  3. Senza contare che già i pensionati sono penalizzati perché le pensioni non recuperano l’inflazione e, come ha rivelato uno studio sindacale (non mi ricordo di quale sindacato), in 10 anni, proprio per il mancato adeguamento all’inflazione, il potere d’acquisto scende di un 30%. []

Ladrocini legalizzati

5 gennaio 2015 da Emilio Conti

Come molti sanno, conoscendomi di persona o tramite i cosiddetti social network, è da molti anni che frequento la vicina Confederazione elvetica: anni fa solo a scopo escursionistico e, da poco più di un anno, per motivi famigliari. Per questa ragione mi capita molto spesso di percorrere le autostrade svizzere e per poterlo fare è necessario apporre all’interno del parabrezza del veicolo un particolare adesivo (vignetta, di cui potete vedere un esempio qui) che autorizza, per un intero anno, la percorrenza sulle suddette autostrade. Il costo del contrassegno è di 33 euro (40 CHF1). Quindi al costo di 33 euro potete percorrere per un anno intero tutta la rete autostradale svizzera

Da noi, invece, ad ogni inizio d’anno, ormai è diventata una prassi, titoloni su tutti i giornali per i vergognosi “adeguamenti” dei pedaggi autostradali. Associazioni dei consumatori indignate (in modo molto tiepido) e solita scusa che le maggiorazioni sarebbero dovute al recupero dell’inflazione. Ora si dà il caso che l’inflazione media registrata in Italia nello scorso anno sia dello 0,26% (vedi qui) mentre gli aumenti dei pedaggi sono dell’ordine del 1,5%: più di cinque volte l’inflazione.2 C’è da chiedersi se la vicina confederazione non abbia inflazione, dal momento che, a mia memoria, sono almeno quattro anni che il costo del contrassegno delle autostrade elvetiche non varia. L’altra considerazione è che a fronte di un aumento ufficiale dell’1,5% nella realtà gli aumenti, non è la prima volta, entreranno in un intervallo che va dal 4% fino al 9%.

E non è finita qui. Sempre con riferimento alle autostrade si sta cercando, in contrasto con quanto stabilito dalla UE, di prolungare di decine di anni le concessioni autostradali senza gara.

Ma noi siamo un popolo di sudditi: mugugniamo mugugniamo e poi paghiamo. L’anno venturo saremo daccapo. A farci spillare soldi dalle tasche siamo dei campioni.

  1. Franchi svizzeri []
  2. Che l’inflazione sia stata molto bassa se ne sono accorti i pensionati che quest’anno non hanno avuto nessun adeguamento, della serie: i proprietari di autostrade (solitamente degli straccioni) sono molto bisognosi, i cittadini italiani, invece, sono ricchi. []

Svolta autoritaria

28 luglio 2014 da Emilio Conti

Alcuni giorni fa, su FB, in risposta a un commento del nostro Fraschini che non si capacitava del modo con cui la cosiddetta “stampa libera” trattava l’assoluzione di B. e che si concludeva con la domanda “Cosa è cambiato? Pregiudicato era e pregiudicato rimane”, ribattevo, con una battuta che troppo battuta non era, che era cambiato che adesso “sta facendo un colpo di stato con il toscano”. Alludevo, come è piuttosto intuibile, alla “riforma” della Costituzione. Ovviamente la battuta era piuttosto pesante, ma se di vero e proprio colpo si stato non si può parlare, volevo alludere alla svolta autoritaria che il combinato disposto tra riforma della legge elettorale e le modifiche di parti della Costituzione provocherebbero alla nostra democrazia.

Si è aperto, ma era facile prevederlo, un bel dibattito dal quale ho intuito che ben pochi, vuoi per ignoranza della materia vuoi per la disinformazione a cui il cittadino è sottoposto dalla cosiddetta “stampa libera”, hanno intuito le conseguenze che le cosiddette “riforme” provocherebbero se approvate così come le conosciamo. Mi sono, quindi, riproposto di spiegare il motivo del mio giudizio. Solo che essendo la materia piuttosto complessa, non riuscivo a farne una sintesi adatta alla pubblicazione sul blog. Fortunatamente, qualche giorno fa, mi è capitato tra le mani un articolo, in forma di lettera indirizzata alla Ministro (Boschi) dello storico Aldo Giannuli che ben sintetizza quanto avrei voluto esporre. Ne ripropongo un ampio stralcio sperando di rendere maggiormente consapevoli i cittadini italiani. Buona lettura.

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Il rischio insito in questa riforma è lo smantellamento delle misure a protezione della Costituzione valute dai costituenti: il sistema elettorale proporzionale (sottinteso dal testo), il bicameralismo perfetto con la diversa base elettorale delle due Camere, l’integrazione del collegio elettorale per il presidente della Repubblica con i rappresentanti regionali, l’istituzione di un giudice di legittimità costituzionale, le maggioranze richieste sia per l’elezione del Presidente quanto dei giudici della,Consulta, nonché per il processo di revisione costituzionale costituivano un insieme organico di norme a tutela dei meccanismi di controllo e garanzia della Repubblica. E questo per evitare il rischio di concentrare il potere nelle mani di un solo partito da cui sarebbe nato un regime.
Da circa venti anni è iniziato un processo di “mutamento costituzionale a rate” che ha finito per smantellare quell’accorta architettura. Di fatto, è con il passaggio dal proporzionale al maggioritario che è venuta meno la principale garanzia. Nel ventennio appena trascorso è passato il costume, sconosciuto in passato, delle riforme Costituzionali unilaterali, decise dalla sola maggioranza. In nessun sistema basato su una legge elettorale maggioritaria, il processo di revisione costituzionale è totalmente affidato al Parlamento, ma si prevede l’intervento del Capo dello Stato, o dell’equivalente della Consulta o del referendum popolare.

Ora, la riforma in corso di discussione, travolge anche questi residui paletti, lasciando solo quello, tenuissimo, della prassi costituzionale. Con la riduzione del Senato a 95 membri, il Parlamento in seduta comune passa da 1008 membri (più gli ex Presidente) a 725, per cui la maggioranza assoluta dei votanti scende da 505 a 363 voti. Considerando che l’Italicum prevede un premio elettorale di 354 seggi per il vincitore, si ricava che bastino solo 9 senatori per assicurare al partito di governo il potere di eleggere da solo tanto il presidente della Repubblica quanto i giudici costituzionali. Il Capo dello Stato, a sua volta, ha il potere di nominare altri 5 giudici che garantirebbero una maggioranza precostituita nella Corte dei giudici di ispirazione governativa. Con la stessa maggioranza potrebbe essere messo in stato d’accusa il Presidente che, quindi, si troverebbe a dipendere totalmente dalla maggioranza, perdendo la sia terzietà. La stessa nomina dei senatori non più a vita, ma per sette anni (come il mandato presidenziale) li configurerebbe come una sorta di “gruppo parlamentare del Presidente” da affiancare alla maggioranza.

Certo, le leggi costituzionali dovrebbero comunque passare al vaglio del Senato, che potrebbe avere un colore diverso da quello della Camera. Ma rimane il carattere “iper maggioritario” del nuovo Senato: eletto a maggioranza dalle assemblee regionali, a loro volta elette con il maggioritario. Questo significa la quasi totale esclusione delle formazioni minori e la spartizione quasi a metà del rimanente dei seggi fra i due principali partiti (o coalizioni), ma quello di governo potrebbe giocare in più la carta dei 5 senatori di nomina presidenziale. Di fatto, chi vincesse le elezioni avrebbe il potere di mettere mano a piacimento alla Costituzione e, dove non vi riuscisse in sede parlamentare, potrebbe poi sempre contare su una compiacente interpretazione di una Corte Costituzionale addomesticata. Questo processo di revisione costituzionale, inoltre, è condotto da un Parlamento che ha un vizio di rappresentatività dichiarato dalla Consulta.
Fra le democrazie liberali, non mancano assemblee senatoriali non elettive, ma espressione di poteri locali o nomine del Capo dello Stato, ma in nessun caso il Senato ha poteri in materia di leggi costituzionali, ed è il prodotto di una doppia selezione maggioritaria, che ne riduce enormemente la rappresentatività.

In definitiva avremmo un Parlamento composto da una Camera di nominati e un Senato di eletti di secondo grado con doppia selezione maggioritaria, dal quale dipenderebbero quasi totalmente tutti gli organi di controllo e garanzia e il processo di revisione costituzionale: si tratterebbe di una situazione piuttosto anomala nel quadro delle democrazie liberali.1

  1. Le sottolineature e i grassetti sono miei []

Sei povero? Calma, la riforma del Senato è quasi pronta

18 luglio 2014 da Emilio Conti

di Alessandro Robecchi – www.alessandrorobecchi.it

Chissà come sono contenti della riforma del Senato i sei milioni e ventimila poveri assoluti d’Italia, aumentati nell’ultimo anno di un milione e 206 mila unità. E chissà come sono entusiasti del nuovo corso i dieci milioni di poveri “relativi”, e come gongolano vedendo che le priorità di chi li governa riguardano il castigo per i senatori dissidenti, le mediazioni di Calderoli e il patto del Nazareno. Faranno la òla, altroché, di fronte al nuovo che avanza. Per ora il “nuovo” è che loro aumentano a ritmo spaventoso, e un altro “nuovo” è che la povertà – anche quella assoluta – riguarda anche gente che lavora. Come dire che il disagio e l’indigenza non sono più (da un bel pezzo) faccende di marginalità, ma componenti strutturali del paese (il dieci per cento di poveri assoluti, quasi il quindici per cento di poveri relativi), componenti strutturali a cui si presentano priorità come “governabilità”, “stabilità”, e non, come si sarebbe detto un tempo, pane e lavoro.
I dati Istat diffusi ieri, come spesso fanno i numeri, specie se spaventosi, fanno un po’ di giustizia di tanti discorsetti teorici. Uno su tutti: l’eterna, noiosissima, stucchevole diatriba su destra e sinistra. Categorie vecchie: ora va di moda il sopra e sotto, il di fianco, l’oltre, e altre belle paroline utili all’ammuina. Poi, in una pausa della creatività ideologica corrente, arrivano quei numeri a ricordare che la forbice della diseguaglianza continua ad aprirsi, che i poveri aumentano (di moltissimo) e che il paese è ormai due paesi: chi ce la fa e chi non ce la fa. Con in mezzo chi ce la fa a fatica e vive nel terrore del passaggio di categoria, verso la retrocessione, ovviamente. A questi ultimi sono andati gli ottanta euro di Renzi: un po’ di ossigeno ai “quasi poveri” che un tempo si sarebbero detti ceto medio.
I numeri dell’Istat sono il solo vero discorso politico sentito in Italia negli ultimi mesi. L’unico che meriti di essere approfondito, un filino più serio dei pranzetti con Verdini, degli incontri in streaming, della pioggia di emendamenti sulla riforma della Costituzione. Un discorso che dovrebbe parlare anche a quella sinistra dispersa e bastonata che si oppone (ah, si oppone?) alle larghe e larghissime intese. Un solo punto, un solo programma, basta una riga: ridurre le distanze, attenuare le differenze, diminuire le diseguaglianze.
Le cifre dell’Istat – e le persone che mestamente ci stanno dietro – indicano l’unica vera priorità del paese, altro che Italicum. E sarebbe interessante capire, sia detto per inciso, quanti di quei milioni di nuovi poveri, assoluti o relativi, sono scivolati indietro a causa dell’affievolirsi della parola “diritti”. Parola vecchia, bollata come conservatrice. E così non è più un diritto il lavoro, non è più un diritto la casa, e di scivolata in scivolata, la povertà diventa questione privata, colpa individuale e non, come dovrebbe essere, piaga pubblica e sociale. Il “governo più di sinistra degli ultimi trent’anni” (cfr. Matteo Renzi, febbraio 2014) non solo ha altre priorità, ma pare intenzionato a intaccare alcune forme di welfare (la cassa integrazione in deroga, per dirne una) facilitando, e non contrastando, lo scivolamento verso l’indigenza di altre centinaia di migliaia di italiani. Per questo i numeri dell’Istat sono il solo vero discorso politico sentito negli ultimi tempi: dicono di come oggi una sinistra che lotti contro le diseguaglianze non esista, e di quanto invece ce ne sarebbe bisogno. Come il pane. Appunto.

Correre dietro ai polacchi non ci rende meno italiani

2 febbraio 2014 da Emilio Conti

di Alessandro Robecchi – www.alessandrorobecchi.it

E’ vero che se corri dietro al tram risparmi un euro e mezzo, ma se corri dietro a un taxi riesci a risparmiare molto di più. Che questa scemenza sia applicabile all’economia, e quindi alla vita delle persone, non fa ridere per niente. Eppure è quello che ci sentiremmo di suggerire alla Electrolux, la multinazionale degli elettrodomestici che ha proposto ai suoi lavoratori un accordo che suona più o meno così: noi vi molliamo qui e andiamo a fare le nostre lavatrici in Polonia, a meno che voi non accettiate di prendere salari polacchi. In pratica si tratta di una riduzione di stipendio di quasi il cinquanta per cento: quello che prima facevi per 1.400 euro, domani potresti farlo per 700. Se no a casa. Prendere o lasciare che si direbbe, dall’economia, alla politica, alle riforme, pare la moda del momento. Vedete anche voi che la formuletta del tram e del taxi è una metafora perfetta: perché diavolo inseguire stipendi polacchi quando si potrebbero rincorrere addirittura quelli cinesi? E perché limitarsi agli stipendi cinesi quando si potrebbero pagare stipendi cambogiani? Il fatto è che c’è sempre qualcuno che è il polacco di qualcun altro (o il cinese, o il cambogiano…) e quindi non si finisce più: la corsa al ribasso è una specie di toboga insaponato dove si prende velocità e non si riesce a frenare.
Ma certo, certo, non c’è dubbio che la faccenda non sia così semplice. Non c’è dubbio che sul costo del lavoro alla Electolux (come ovunque in Italia) pesino anche altri fattori. Le tasse sul lavoro, i costi, il famoso cuneo fiscale eccetera eccetera. Bene. Ridurre, tagliare lì e non dalle tasche dei lavoratori, tutto giusto, tutto bello e assai riformista. Però. Però non c’è niente da fare: se costruire una lavatrice in Italia costa 24 euro all’ora e in Polonia costa 8, non bastano né i tagli al costo del lavoro, né i tagli al cuneo fiscale, né riti propiziatori, né mani benedette, né ometti della provvidenza. Restano i sacrifici umani, quelli sì: sui lavoratori. E in più, della proposta Electrolux non si calcola un piccolo dettaglio. Che i lavoratori prenderebbero stipendi polacchi, ma non abiterebbero in Polonia. Continuerebbero a pagare affitti o mutui italiani, a comprare cibo nel supermercati italiani e a far benzina in Italia, che Varsavia gli viene un po’ scomoda. Dunque, non per tirare in ballo il vecchio maestro Keynes (ma anche il signor Ford, che fece il botto vendendo le Ford agli operai della Ford), se ne deduce che oggi, con il suo stipendio, un lavoratore dell’Elecrolux potrebbe forse permettersi di comprare una lavatrice Electrolux, ma domani, con il suo stipendio polacco, non potrà più. Meno soldi in tasca a chi lavora, quindi meno consumi interni, quindi nuovi lavoratori in esubero, quindi nuove riduzioni di salario. E’ la famosa manina magica del mercato che sistema tutto, a favore del mercato, naturalmente. Ecco: per portarsi avanti col lavoro, meglio forse cominciare a studiare la piantina di Pechino o cercare un bilocale a Phnom Penh. Certo, urge un taglio delle tasse sul lavoro, non c’è dubbio, e dei costi dell’energia, non c’è dubbio, e una politica industriale, non c’è dubbio. Nel frattempo, sarebbe bello non diventare troppo polacchi, troppo cinesi o troppo cambogiani, continuando a fare la spesa qui. Potendo ancora sognare in italiano e non in polacco, sarebbe bello avere uno Stato che offra buone condizioni a chi viene a investire e a produrre, ovvio, giusto, ma anche che chieda garanzie e imponga qualche obbligo.