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Nota a margine della crisi

25 marzo 2009 da Emilio Conti

I due post di bsìa appena pubblicati1 mi hanno ispirato alcune considerazioni che, sebbene non riguardanti direttamente la crisi in atto, vogliono dimostrare come la mancanza di informazione non permetta a noi cittadini comuni di valutare certi aspetti dell’economia e di trarne, così, le logiche conseguenze. Mi soffermo in particolare sulle cosiddette “Delocalizzazioni”.

Delocalizzazioni
E’ un termine che, purtroppo da molto tempo, sentiamo ripetere un po’ dappertutto: talk-show televisivi e radiofonici, stampa specialistica o meno. Il termine solitamente è abbinato ad un altro altrettanto famoso: la cosiddetta globalizzazione, nel senso che le delocalizzazioni sarebbero una logica conseguenza della globalizzazione e della inevitabile concorrenza che questa ha portato con sé. Sarà vero? Per delocalizzazione, per chi ancora non lo sapesse, si intende lo spostamento della produzione di un determinato bene da un paese in un altro in cui il costo del lavoro e l’imposizione fiscale sono più vantaggiose. Solitamente questi trasferimenti hanno pesanti conseguenze negative nel paese “abbandonato” sotto forma di perdita di posti di lavoro e di gettito fiscale. A questo aspetto negativo, se veramente ci fosse la libera concorrenza  e se veramente gli “ideologi” della globalizzazione fossero in buonafede, potrebbe corrispondere un aspetto positivo di cui, però, nessuno fa rimarcare. Vediamolo con il solito esempio numerico, tanto per capirci meglio.

Un imprenditore italiano produce in Italia il bene A. Per produrlo sostiene un costo di 70 e lo vende a 100. Di conseguenza ricava 30 (100 – 70). A un certo punto decide di spostare, causa la globalizzazione e la concorrenza (dice lui), la produzione in un paese in cui il costo del lavoro è un decimo di quello italiano (se va male) e la tassazione quasi inesistente. Al nostro imprenditore questa operazione costa poco: solamente il costo del trasferimento dei macchinari nel paese estero, quindi non deve neanche fare nuovi investimenti (o se li fa sono minimi). Il costo della produzione del bene A nel paese straniero sarà adesso, supponiamo, di 20 (ma vi assicuro che sarà molto inferiore). Se le motivazioni dell’imprenditore fossero veramente quelle di battere la concorrenza, egli dovrebbe ricavare da quel prodotto lo stesso ammontare di quando era prodotto in Italia, vale a dire 30 e così facendo abbasserebbe il prezzo di vendita del prodotto A a 50 (20 + 30). In questo modo il prodotto A, passando da 100 a 50, diventa effettivamente molto concorrenziale e il consumatore ne avrebbe un grande beneficio. Ma così non è! Non è, perché il prezzo di vendita del prodotto A rimane invariato, cioè rimane 100! Che sia prodotto in Italia o che sia prodotto all’estero per il consumatore non cambia assolutamente niente. Non così per l’imprenditore: infatti il suo ricavato passa da 30 a 80 (100 – 20). E qui sorge la logica domanda: a chi ha giovato delocalizzare? Qualcuno sui media si è premurato di sottolineare quest’altro aspetto? Riassumendo: la delocalizzazione provoca impoverimento nel paese “abbandonato” senza apportare alcun beneficio in termini di riduzione dei prezzi! In questi ultimi vent’anni gli imprenditori italiani che hanno delocalizzato hanno fatto profitti enormi! Saranno gli stessi imprenditori che adesso hanno il coraggio di presentarsi con il cappello in mano a chiedere al governo “soldi veri”?

  1. Ma cos’è questa crisi? e Una nuova Camelot []

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