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Lentamente e spensieratamente verso la dittatura

19 luglio 2009 da Emilio Conti

Gli studenti universitari che avevano a che fare con l’economia e la statistica sapevano che erano due i “mostri sacri” sui quali non era ammesso alcun dubbio: la Banca d’Italia e l’ISTAT. La prima per i dati inerenti ai redditi degli italiani (distribuzione, concentrazione, ecc.) e il secondo per le sue rilevazioni riguardanti il tasso d’inflazione e il tasso di disoccupazione (principalmente). Se qualche studente “osava” mettere in dubbio qualcuno dei dati elaborati da questi due istituti veniva immediatamente fulminato dallo sguardo del docente di turno. Con i dati di questi due istituti ci si facevano tranquillamente tesi di laurea.
Ma questo succedeva qualche decennio fa!

Fortunatamente la Banca d’Italia, dopo la malaugurata parentesi Fazio, è riuscita a mantenere la sua autonomia e, conseguentemente, l’autorevolezza dei suoi studi non può, in nessun caso, essere messa in discussione (ricordo che il suo centro studi è quanto di meglio ci possa essere oggi nel nostro paese).
Diverso, invece, il discorso sull’ISTAT. La credibilità verso questo istituto ha incominciato ad incrinarsi qualche anno fa quando, ferocemente e giustamente criticata dalle associazioni dei consumatori riguardo ai dati sull’inflazione, se ne uscì con la panzana della “inflazione percepita”, paragonando l’inflazione alla temperatura: il caldo con afa sembra più caldo, il freddo con vento sembra ancor più freddo! Che fosse un meschino tentativo per cercare di mascherare quello che anche il più sprovveduto dei cittadini aveva capito era fin troppo evidente. Non c’è niente di “percepito” se prima si faceva la spesa con 100 euro e dopo qualche tempo, per acquistare gli stessi, identici beni, si spendevano 110 euro! Non occorre essere statistici di professione per affermare che l’inflazione era ben più elevata di quanto si voleva farci credere!

Da allora il “mito” ISTAT ha incominciato a vacillare e ora i suoi dati incominciano ad essere attentamente analizzati e non più accettati acriticamente.
Come se questo non bastasse, adesso questo istituto starebbe per subire un colpo che ne annullerebbe completamente la credibilità. Il ministro dell’Economia (che, lo ricordo per i non addetti, non è un economista), scontento dei dati sulla disoccupazione da esso elaborati e divulgati, dopo averli ridicolizzati e delegittimanti ai Tg nazionali ha dichiarato, insieme al ministro del Lavoro, che utilizzerà dati provenienti da “altre fonti” (quali?). E non contento sta trafficando per mettere a capo di questo istituto un nuovo presidente a lui gradito (e quindi più “malleabile”?). Alcuni ricercatori, però, hanno denunciato questa manovra in un articolo che potete leggere qui.

Questo governo, che io non ha paura a definire come fascistoide e strisciantemente golpista, non contento di controllare il 90% dell’informazione televisiva, non contento di controllare direttamente o indirettamente la maggior parte della carta stampata, non contento di avere un’opposizione inesistente, non contento delle varie epurazioni giornalistiche attuate (adesso Tremonti, sempre lui, sta cercando di non far partire Report, la nota trasmissione tv, dopo la bruttissima figura che la Gabanelli gli ha fatto fare nella trasmissione sulla Social Card), vuole impadronisrsi anche di quel poco di indipendente che c’è ancora nel nostro paese: gli istituti economici accreditati e l’internet. Quando il governo si sarà impossessato dell’ISTAT (ammesso che ci riesca) chi crederà più ai dati che ci fornirà? E’ veramente triste che gente che si crede colta ed intelligente non sia mai in grado di confutare chi gli si oppone con argomentazioni valide, ma ricorra sistematicamente al suo potere per tacitare chi non la pensa come loro. E questo non è un sintomo né di intelligenza né di cultura né di superiorità intellettuale: solo debolezza. Debolezza che pagheremo molto cara.

Facciamoci gli auguri, ne abbiamo veramente bisogno!

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