Too Cool for Internet Explorer

Rassegnazione

11 ottobre 2012 da Emilio Conti

“Una destra di malviventi, una sinistra complice, una democrazia sospesa, partiti arroccati nell’obiettivo di stroncare le istanze di novità (…)”. È la triste conclusione1 a cui sono giunti alcuni giornalisti stranieri al Festival di Internazionale a Ferrara. Un’analisi spietata a cui da tempo ero arrivato anch’io, soprattutto nel passaggio, riferito solo ai partiti ma che io estendo anche a quasi tutti i gruppi dirigenti, di un mancato rinnovamento. Se le classi dirigenti non si rinnovano (ringiovaniscono) è inevitabile che una nazione si fermi, che si incistino posizioni e relazioni che poi, come una cisti, per essere eradicate necessitano di un intervento chirurgico.  Ci sarà pure un motivo per cui i marescialli dei carabinieri, a capo di una stazione, vengono sostituiti dopo un determinato numero di anni. E lo stesso dicasi dei direttori, di filiale o agenzia, delle banche. Il motivo è facilmente intuibile: se una persona la lasci troppo a lungo in un posto, le relazioni da questa intrattenute si rafforzeranno sempre più fino a portare a potenziali comportamenti che possono infrangere i doveri che la loro carica impone.

Com’è possibile, quindi, pretendere che una classe politica invecchiata, i cui componenti sono in Parlamento da decenni, abbia la necessaria apertura mentale di adeguarsi alle novità e alle necessità che il progresso impone? Alcuni lo faranno, ma sarà solo una minoranza. Sarebbe necessario cedere il posto ai giovani, ma è quello che proprio non si vuole. Se per carabinieri e direttori di banca si attua il ricambio ciclico, perché lo stesso non dovrebbe valere per i politici?

Prendiamo ad esempio il computer e l’Internet. Molto spesso ho sentito politici che non solo dichiaravano pubblicamente di non usare un PC, ma che addirittura ne menavano vanto (un nome a caso: D’Alema)! E cosa mai ne capirà, di informatica, un capo dello Stato (ma non solo lui) di ottantasette anni? Saprà come funziona Facebook, o Twitter? Cos’è un data base? Qualcuno dirà “Ma ci sono gli esperti, basta che ne interpellino qualcuno!”. Già, sarebbe troppo facile e bello, solo che poi scoprirebbero la loro sconvolgente inadeguatezza (e l’inadeguatezza dei tirapiedi che loro stessi hanno piazzato in posti di comando) e ci rimarrebbero molto male. Meglio di no!

Rimanendo nel campo dell’Internet e della banda larda, qualche giorno fa la Broadband Commission for Digital Development delle Nazioni Unite ha presentato il rapporto State of Broadband 2012 che valuta i progressi fatti da vari paesi nella diffusione della banda larga, da cui si viene a conoscenza, ma già lo sapevamo, della scarsa penetrazione della banda larga in Italia che si attesta al 22,8% e ci pone al 29° posto nel mondo, preceduti da tutti i paesi OCSE e che ci vede “prevalere”, in Europa, solo su Grecia, Portogallo, Repubblica Ceca, Ungheria, Lituania e Bielorussia. E poi: solo il 56,8% degli italiani  usa l’Internet! Già questi pochi dati bastano e avanzano per dimostrare il grado di arretratezza del nostro paese. Ma la cosa interessante, e veramente preoccupante, che quel rapporto mette in evidenza è la relazione che intercorre tra la diffusione della banda larga e la crescita della produttività.  Ad esempio, in base alla diffusione della banda larga, tra il 1998  e il 2007 la Svezia ha avuto una crescita della produttività annua del 2,43%. Da noi, nello stesso periodo, la crescita è stata dello 0,39% contro una media OCSE del 1,66%. Ma non basta. Già nel 2010 la Banca Mondiale aveva calcolato che ad ogni incremento del 10% della diffusione della banda larga corrisponde una crescita del PIL dell’1,21% nei paesi sviluppati e dell’1,38% in quelli in via di sviluppo. E da noi? Da noi si allunga l’età pensionabile così ancor meno giovani entrano nel mondo produttivo!

Ma non è solo una classe politica formata, per la maggior parte, da uomini di paglia messi lì dalle varie associazioni criminali (mafia, ‘ndragheta, camorra, ecc.), dai soliti potentati economici e dalle banche, e dal Vaticano, che blocca l’evoluzione della nazione, ma anche, tanto per non farci mancare nulla, una burocrazia ferocemente ancorata a pratiche di tipo borbonico. Per rendervi conto delle procedure da vero e proprio delirio che allignano negli uffici della pubblica amministrazione, vorrei raccontarvi un fatto accadutomi di recente.

Circa due anni fa, esattamente agli inizi di dicembre del 2010, ricevo una raccomandata dall’Ufficio delle Entrate. All’interno trovo una comunicazione che mi informa che dovrei versare all’erario circa 500,00 euro, tassa relativa al TFR. In allegato, per la gioia mia e di ogni contribuente, un bel modulo F23 già compilato con la cifra da versare. Rimango perplesso, perché la tassazione del TFR è stata effettuata, a suo tempo, dall’istituto di credito presso cui lavoravo. Possibile, mi chiedo, che la banca, solitamente così precisa, abbia potuto sbagliare? Mi rivolgo al sindacato per avere lumi. Dopo un paio di giorni mi rispondono che devo pagare a seguito della legge xxx (non me la ricordo più)! OK, che ci sia una legge mi sembra scontato, ma cosa dice quella legge? Non che non mi fidi del mio sindacato, ma voglio approfondire. Mi reco all’Ufficio delle Entrate di Corteolona, dove lavorano alcuni conoscenti, per chiedere maggiori dettagli. Mi rivolgo all’impiegato che mi stampa la legge e me la spiega. Infatti quell’ottimo ministro che fu Tremonti, più o meno alla chetichella aveva modificato il metodo di calcolo dell’aliquota da applicare ai TFR, ovviamente modificata ad arte per aumentarla. Che fosse stata una legge passata alla chetichella lo dimostra il fatto che anche la banca, di solito precisissima, non se ne era accorta e aveva applicato il vecchio metodo. Conclusione: quella era la differenza che spettava all’erario e che dovevo versare. Controllando la mia posizione contributiva, il suddetto impiegato, per verificare l’importo dovuto, scopre che l’erario deve al sottoscritto circa 800,00 euro. Cioè che sono creditore verso lo stato. Una bella notizia! OK, devo pagare 520,00 ma ne devo incassare 800,00. Vado in banca con il mio F23 e pago. Tra fine primavera e inizio estate (periodo di solito deputato ai rimborsi erariali) del 2011 aspetto fiducioso l’arrivo del vaglia della Banca d’Italia con i miei 800,00 euro. Niente, non arriva niente. Sarà per l’anno prossimo! Ma anche quest’anno non vedo niente. Arrivo a fine settembre e decido di andare a vedere cosa sia successo, anche perché mi viene il dubbio di aver frainteso. Mi reco all’Ufficio delle Entrate di Corteolona, parlo con il solito impiegato (che fortunatamente è ancora lì) ricordandogli brevemente l’episodio. Va al computer, controlla la posizione contributiva e mi conferma che devo incassare 800,00 euro. Gli chiedo come mai, a distanza di due anni, non ho ancora ricevuto il rimborso. La risposta è lapidaria: non si tratta di un rimborso automatico, ma occorre fare domanda di rimborso!!!

Alcune considerazioni. Com’è possibile, nel ventunesimo secolo, non poter compensare le tasse? Un tema questo che è molto sentito, ma che, a quanto pare, nessuno sembra voler risolvere. Ma la questione ancor più delicata è un’altra: se non avessi ricevuto quella richiesta di pagamento, se mi fossi fidato ciecamente del sindacato e avessi versato l’importo senza approfondire, che fine avrebbe fatto il mio credito? Possibile che l’erario non si degni neanche di avvertire il contribuente degli importi a credito? Com’è possibile che coesistano rimborsi automatici e rimborsi su richiesta? E se non richiedi? Ma come fai a richiedere se nessuno ti avverte? Ecco questo è un esempio di stato borbonico, ma forse sarebbe meglio usare il termine feudale.2

Volete un altro esempio? Guardate questo video!

E’ quindi evidente che con queste premesse la nostra nazione non ha alcun futuro. Per risolvere il problema bisognerebbe fare una “strage” dell’attuale classe dirigente. Cosa che vedo molto, ma molto difficile! Sono un pessimista? Sì!

P.S. La domanda per il rimborso l’ho fatta in questi giorni e … sorpresa! Ho scoperto di avere un altro credito d’imposta. Provvederò a fare domanda anche per quello. Però che fortuna ho avuto! Se non m’avessero richiesto di pagare, chissà che fine avrebbero fatto quei soldi! Non c’è che dire: uno stato moderno. All’avanguardia! 😐

  1. Riportata nell’articolo “Italiani, siete senza speranza” su il Fatto Quotidiano del 6.10.12 []
  2. Ovviamente non ce l’ho con gli impiagati dell’Ufficio delle Entrate, che sono stati gentili e premurosi. Loro applicano solo i loro regolamenti interni. []

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